Schizzo di una metafisica dell’essere

Si riportano di seguito alcune delle prime pagine dell’ultimo lavoro, le Schegge, che non riuscì a portare a termine. In fondo alla pagina, poi, è possibile effettuare il Download di tutto il testo in formato PDF.
Scheggia n° 1
I punti base della mia concezione filosofica
PRIMO PUNTO: Un Dio personale a fondamento del mondo.
Sezione prima: Giustificare il finito.
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Mio proposito è stato sempre, fin da giovane, giustificare il finito. Nei tempi in cui frequentavo prima il Liceo, poi l’Università (fine anni Trenta, primi anni Quaranta del secolo scorso), vigeva l’idealismo crocio-gentiliano, che faceva del mondo (della natura, dell’universo) una mera produzione mentale: questo non mi piaceva affatto. Mi sentivo (e mi sento) corpo fisico, mondano, saldamente inserito in un mondo terreno, col quale faccio sistema. Lo sentivo allora a vent’anni, e lo sento oggi, che di anni ne ho ottantadue ed ho il corpo malandato non solo per i soliti acciacchi propri dell’età, ma anche per un’ emiparesi sinistra che mi costringe a camminare zoppicando penosamente appoggiato a un bastone, accompagnato da una “badante”. (Non mi lamento, intendiamoci. I logopedisti mi hanno assicurato che la testa “funziona” e questo bisogna pur metterlo all’attivo). D’altra parte questa mia “terragnità” neppure mi inorgoglisce come il nicciano Zarathustra avrebbe voluto per i suoi seguaci: non vedo cosa ci sia da inorgoglirsi, per me, si tratta solo della serena constatazione di un fatto, avvertito “visceralmente” come indiscutibile.
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Ora, partendo da quest’idea (o, se volete, sensazione), sono giunto ad un esito che a qualcuno può apparire strano, ad una Metafisica dell’Essere, che implica un Dio personale e la creazione ex nihilo. Per questo ho deciso di stendere questo scritto, in cui cerco di spiegare brevemente (a me stesso prima ancora che agli altri), come da quelle premesse io sia giunto a queste conclusioni
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La prima osservazione che occorre fare, è che il finito non si giustifica da sé. E’ lì (lo ha osservato Sartre, ricordate?), è lì e non dice nulla di sé, se non di esser lì. A Sartre dava il voltastomaco, faceva venir la nausea. Oddio, non è detto che questa sia la sola reazione; del resto, il finito presenta infinite facce e bisogna vedere qual è quella che si prende in considerazione. A Kant il cielo stellato destava profonda ammirazione ed al pastore leopardiano errante nelle steppe dell’Asia, la luna era fonte di interrogativi: “Che fai tu Luna in ciel, dimmi che fai?”. Ma né Kant né il pastorello asiatico hanno ottenuto dalle stelle del cielo o dalla luna risposte. Le stelle e la luna hanno continuato a esser lì e basta.
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Fino ad un certo momento del secolo scorso (confesso che mi fa un certo effetto chiamarlo “secolo scorso”, dato che ci ho vissuto per ottant’anni e lo sento come il mio secolo: ma devo riconoscerlo, è “il secolo scorso”), si poteva pensare che il finito, il reale, proprio col suo “esser lì”, si giustificasse da sé. Dopo tutto, l’aveva detto zio Tòtele (permettetemi di appioppare ad Aristotele un nome più corto e meno fastoso, qualificandolo “zio”, e collocandolo così, con papà Platone e nonno Parmenide, nella famiglia dei fondatori della Metafisica dell’Essere): il mondo è sempre stato. Se è sempre stato, non occorre chiedersi perché è. E’, è sempre stato, sarà sempre, e basta. Un bambino di quattro anni cammina col papà sulla riva del mare e ad un certo momento chiede: “Perché quella barca galleggia?” Il padre, non potendo esporre a un bambino di quattro anni il principio di Archimede, con tanto di spinta dal basso verso l’alto e relativo peso del liquido spostato, risponde: “Perché tutte le barche galleggiano”. E il bambino, che non ha ancora innestato l’irresistibile serie dei “perché” infantili, si appaga della risposta. La generalizzazione tiene posto della fondazione. Se tutte le barche galleggiano, non è il caso di chiedersi perché quella barca galleggia. Anzi, non è il caso neppur di chiedere perché, in generale, le barche galleggiano. Galleggiano: la cosa rientra nell’ordine del mondo, è dunque un fatto da accettare senza discutere La generalizzazione accontenta (almeno provvisoriamente) la ragione.
Questo vale anche per il reale nel suo insieme: se è sempre stato così, che andiamo cercando? Non resta che accettare il fatto…
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